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Credete nei miracoli? Ve ne racconto uno. Ma non uno di quelli che fa notizia, non una guarigione inspiegabile. Vi racconto un miracolo “ordinario”, uno di quelli che non finisce sulle prime pagine dei giornali e dei telegiornali, uno di quelli che però scandalizza i benpensanti e tutti gli intruppati nell’esercito dell’ ”ottusa normalità” di questa nostra società, tanto moderna quanto votata al disprezzo della vita umana. Vi racconto il miracolo di un ragazzo che l’altro ieri ha sposato una ragazza affetta da una malattia che l’ha costretta sulla sedia a rotelle e che ogni giorno che passa le toglierà sempre di più la possibilità di muoversi.

Vi racconto il miracolo di due giovani felici. Proprio così, lei era felice e si vedeva. Felice di essere nata e di vivere, felice di sposare l’uomo che ama. E anche lui era felice, e si vedeva. Felice di amare quella donna così com’è, con i suoi limiti motori. Ho assistito a quel miracolo perché il sacerdote che ha celebrato le nozze ha chiesto ai ragazzi di animare con le loro chitarre, di far una sorpresa a questi sposi che per la cerimonia avevano chiesto sobrietà. Loro hanno voluto esserci. E non l’hanno fatto per pietà, ma per condividere con la loro presenza quella vita. Sì, quella vita e non certo quella di chi pretende di stabilire che un uomo sulla sedia a rotelle non possa essere felice a prescindere e che pertanto va ucciso nel grembo materno. La stessa vita di chi poi magari si suicida perché non ha i soldi per comprarsi i jeans di dolce e gabbana o perché non assomiglia a nessuno dei modelli della pubblicità della Vodafone.

Ieri sera, dopo aver provato i canti per la Messa della notte, Angelo mi ha ricordato che i nostri barré per le chitarre erano consumati e le nostre corde di riserva finite. Pur essendo le sei di sera della vigilia di Natale, siamo scappati a Benevento per comprare il necessario. Lungo la strada poche macchine, pensavamo di trovare traffico e invece quasi nessuno. “Saranno tutti a preparare il cenone”, ci siamo detti. In men che non si dica siamo arrivati in città. Ad uno dei semafori un ragazzino, certamente extracomunitario, vendeva fazzoletti sotto la pioggia, avrà avuto al massimo 12 anni. Per un attimo ho immaginato che essendo musulmano questo giorno per lui fosse uguale a tutti gli altri. Quando gli abbiamo fatto gli auguri ci ha sorriso ringraziandoci sinceramente. Di lì a poco sarebbe andato a consumare un pasto alla mensa della Caritas.

Ieri sera quel ragazzino, a differenza di tanti noi ”cristiani”, avrà compreso il senso vero di questa nostra festa. E sì, perché mangiando alla mensa dei poveri si sarà chiesto il motivo per il quale dei giovani sacrificano il cenone della vigilia rinunciando a stare con i familiari per cucinare e per servire un pasto caldo a degli estranei, per giunta di fede diversa. E così avrà capito che Gesù nasce povero per i poveri, per i disperati come lui, ridotti in povertà per finanziare la nostra ripugnante opulenza e il disgustoso spreco di cibo di questi giorni.

Non ho più voglia di fare gli auguri a nessuno. E non ho voglia più di ripetere come un ebete questo rituale ormai pagano dello scambio ipocrita di tutto ciò che è superfluo, di tutto ciò che “doniamo” solo per compiacere noi stessi e la nostra vanità. D’ora in poi non voglio festeggiare più ‘questo’ natale, e l’unica cosa che augurerò a tutti è che questo nostro occidente possa ridursi alla stessa miseria e alla disperazione di quel ragazzino che alle sette di sera del 24 dicembre vendeva fazzoletti sotto la pioggia. Perché lui, povero musulmano, di cosa sia il Natale ne sa molto più di noi.

“La direzione si riserva il diritto di selezione all’ingresso”. E’ scritto così sui volantini pubblicitari che, in prossimità del capodanno, trovi sparsi negli esercizi commerciali. Pensate che parli della pubblicità di locali di Roma o di Milano? Macchè, parlo di locali e localucci della nostra città, persino qualcuno della provincia. Ormai tutte le discoteche che vogliano essere “in” devono necessariamente “selezionare” coloro che si presentano alla porta d’ingresso. “Tu sei vestito alla moda? E allora entri”. Se invece i tuoi vestiti non sono griffati e non rientri nei canoni che la televisione spazzatura ci impone ogni santo giorno, allora via, in questi locali non entri. Se non sei come gli “uomini e donne” che ogni pomeriggio offendono l’intelligenza di milioni d’italiani che a loro volta, guardando quella trasmissione offendono loro stessi, allora sei da scartare, vai a casa. Possibile che il vuoto che questi ragazzi si portano dentro è tale da far accettare che la loro dignità venga calpestata in questo modo?

Uomini liberi.

Felicità è sedersi nella tua macchina non più sul lato conducente perché i ragazzi che hai visto crescere e che hai sempre portato al lato hanno preso la patente; felicità è dir loro “guida tu” e vederli per questo sorridere ed entusiasmarsi e felicità è percepire come acquisiscano sicurezza quando fai finta di dormire per trasmettere loro fiducia, perché “l’uomo si educa anche con la fiducia in se stesso”; felicità è sapere che uno di loro è stato scelto tra tantissimi studenti per rappresentare il suo istituto in una gara nazionale tra le scuole di tutt’Italia, nonostante le sue difficoltà, le avversità, i dubbi, le indifferenze. Felicità è vederli crescere liberi dai condizionamenti di una società che li vuole schiavi delle mode, delle droghe, che li vuole burattini senza coscienza e senza pensiero ed è bello adesso “percepirli” consapevoli. Felicità è proprio questo: veder crescere uomini liberi.

Tornando da Chianciano con i ragazzi ci siamo fermati in uno dei “giardini che nessuno sa”. Berardina, come al solito, ci ha accolto con il suo enorme sorriso e con quelle tagliatelle al ragù che solo le suorine sanno fare così buone. Ogni buon educatore, se davvero ha a cuore la crescita di chi gli è stato affidato, dovrebbe portare i suoi ragazzi almeno una volta in uno di quei giardini; ogni genitore che vuole educare bene i propri figli dovrebbe passare ogni tanto una giornata con loro  nei “giardini che nessuno sa”. E lì, come scrive Renato Zero, “si respira l’inutilità, c’è rispetto grande pulizia, è quasi follia”.
Nessuno ama andare nei giardini che nessuno sa. E si, perché le persone che vivono in quei giardini ci ricordano ciò che noi stessi inesorabilmente saremo. Passando di là, siamo costretti a riflettere sulla finitezza della nostra esistenza, sui suoi limiti, sulla sua fragilità, sulla sua precarietà. E siamo costretti a chiederci che senso essa abbia. Nei giardini che nessuno sa riusciamo a percepire la vanità delle nostre vite che troppo spesso dipendono da ciò che abbiamo e non da ciò che siamo; la vanità delle nostre esagerate ambizioni per le quali troppo spesso calpestiamo il prossimo senza disdegnare maldicenze e calunnie.
Nei giardini che nessuno sa puoi vedere “mani che tremano perché il vento spira più forte” . Uscendo un po’ si scappa dagli anziani e un po’ li si ama. O forse si prova solo pietà. Ma i ragazzi sono buoni e nei giardini che nessuno sa puoi sentirli sussurrare: “Dio non lasciarli adesso… che non li sorprenda la morte”

Amore impossibile

Credo, caro amico, che tu non sappia cosa significhi amore. Ed ovviamente se in te non è “definito” questo bellissimo e grande sentimento, finisci con il negarne l’esistenza e men che meno potrai “concepire” l’amore per una donna.“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). In queste parole dell’unico e più grande rivoluzionario di tutti i tempi, Gesù di Nazaret, c’è la definizione della massima espressione dell’amore. Un amore più grande non può essere concepito. Neanche l’amore di una madre che arriva a dare la propria vita per il figlio è così grande, perché la vita è data alla carne della propria carne, mentre nella vita donata per gli amici c’è la più completa e totale gratuità.

L’amore come vedi, qui nella sua massima espressione, si coniuga con il sacrificio. Solo chi dà la vita per i propri amici, veramente ama. E chi ama non può immaginare di sfuggire alla sofferenza, alla rinuncia di qualcosa. Perché amare costa. Quale sarebbe altrimenti lo scandalo di Chi ha insegnato l’amore arrivando al suo massimo sacrificio personale? Quale sarebbe se no, lo scandalo del Cristo che va fino in fondo, che non vende solo parole vuote, ma che accetta di farsi inchiodare su una croce pur di testimoniare che la vita ha un senso solo se è fondata, appunto, sull’amore? Chi ama veramente porta inevitabilmente la sua piccola croce… Chi sfugge alla croce non ama, chi immagina una vita senza difficoltà, senza dolore, non potrà mai amare!
L’amore per una donna, la condivisione con lei di una vita intera, il mettere al mondo dei figli, è sempre fonte di grande gioia ma anche di notevoli difficoltà, di rinunce, di sofferenze. E le sofferenze e le rinunce sono “sopportabili” solo nella misura in cui questo rapporto viene “cementato” da un vero amore. Questi sacrifici sono sopportabili nella misura in cui trovano una “giustificazione” in un grande amore e in Chi la sofferenza l’ha vissuta per noi, per indicarci la strada della felicità, fino alle estreme conseguenze. Altrimenti tutto diventa insopportabile e anche amare diventa impossibile. E credimi, una vita spesa “senza amare” per davvero è solo una vita sprecata.

 

Ero ad Avellino ieri pomeriggio, sono passato davanti ad una Chiesa ed ho sentito un bel vociare, erano giovani certamente. Sono entrato un po’ per curiosità e un po’ per trovare ristoro da un caldo sempre più tropicale. Dentro ho trovato tanti ragazzi e tante ragazze che si preparavano ad animare una liturgia. Con le loro chitarre, i loro violini, i tamburi e tutto il colore e la gioia che sanno avere i giovanissimi. Sbirciando un po’ la chiesa e “origliando” un po’ i loro discorsi, mi sono accorto che erano ragazzi impegnati non solo nella musica, parlavano di un calendario di incontri formativi, di campi scuola parrocchiali da organizzare; e poi si preparavano a suonare, i più grandi davano le indicazioni e i più giovani eseguivano, scherzando, in piena armonia.

Me ne sono uscito contento. Ancora più convinto di quanto sia falso che tutti i ragazzi abbandonino le chiese, che scelgano l’agnosticismo, che siano in larga parte in contrapposizione con il magistero. Che prevalga in tutti loro l’indifferenza, che tutti siano vuoti dentro. E mi sono tornate in mente le parole di Giovanni Paolo II dette davanti a due milioni e mezzo di giovani radunati per incontrarlo: “voi siete le sentinelle del mattino…, voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri essere umani muoiono di fame, restano analfabeti..…”. Sono uscito da quella chiesa ancora più convinto che tutto passerà, noi, il tempo, la storia, tutto si consumerà, ma la Sua Chiesa e le Sue “parole non passeranno”. In quella Chiesa, ho visto dei giovani “convinti”, determinati. E loro, proprio loro, non lo consentiranno.