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Credete nei miracoli? Ve ne racconto uno. Ma non uno di quelli che fa notizia, non una guarigione inspiegabile. Vi racconto un miracolo “ordinario”, uno di quelli che non finisce sulle prime pagine dei giornali e dei telegiornali, uno di quelli che però scandalizza i benpensanti e tutti gli intruppati nell’esercito dell’ ”ottusa normalità” di questa nostra società, tanto moderna quanto votata al disprezzo della vita umana. Vi racconto il miracolo di un ragazzo che l’altro ieri ha sposato una ragazza affetta da una malattia che l’ha costretta sulla sedia a rotelle e che ogni giorno che passa le toglierà sempre di più la possibilità di muoversi.

Vi racconto il miracolo di due giovani felici. Proprio così, lei era felice e si vedeva. Felice di essere nata e di vivere, felice di sposare l’uomo che ama. E anche lui era felice, e si vedeva. Felice di amare quella donna così com’è, con i suoi limiti motori. Ho assistito a quel miracolo perché il sacerdote che ha celebrato le nozze ha chiesto ai ragazzi di animare con le loro chitarre, di far una sorpresa a questi sposi che per la cerimonia avevano chiesto sobrietà. Loro hanno voluto esserci. E non l’hanno fatto per pietà, ma per condividere con la loro presenza quella vita. Sì, quella vita e non certo quella di chi pretende di stabilire che un uomo sulla sedia a rotelle non possa essere felice a prescindere e che pertanto va ucciso nel grembo materno. La stessa vita di chi poi magari si suicida perché non ha i soldi per comprarsi i jeans di dolce e gabbana o perché non assomiglia a nessuno dei modelli della pubblicità della Vodafone.

Ieri sera, dopo aver provato i canti per la Messa della notte, Angelo mi ha ricordato che i nostri barré per le chitarre erano consumati e le nostre corde di riserva finite. Pur essendo le sei di sera della vigilia di Natale, siamo scappati a Benevento per comprare il necessario. Lungo la strada poche macchine, pensavamo di trovare traffico e invece quasi nessuno. “Saranno tutti a preparare il cenone”, ci siamo detti. In men che non si dica siamo arrivati in città. Ad uno dei semafori un ragazzino, certamente extracomunitario, vendeva fazzoletti sotto la pioggia, avrà avuto al massimo 12 anni. Per un attimo ho immaginato che essendo musulmano questo giorno per lui fosse uguale a tutti gli altri. Quando gli abbiamo fatto gli auguri ci ha sorriso ringraziandoci sinceramente. Di lì a poco sarebbe andato a consumare un pasto alla mensa della Caritas.

Ieri sera quel ragazzino, a differenza di tanti noi ”cristiani”, avrà compreso il senso vero di questa nostra festa. E sì, perché mangiando alla mensa dei poveri si sarà chiesto il motivo per il quale dei giovani sacrificano il cenone della vigilia rinunciando a stare con i familiari per cucinare e per servire un pasto caldo a degli estranei, per giunta di fede diversa. E così avrà capito che Gesù nasce povero per i poveri, per i disperati come lui, ridotti in povertà per finanziare la nostra ripugnante opulenza e il disgustoso spreco di cibo di questi giorni.

Non ho più voglia di fare gli auguri a nessuno. E non ho voglia più di ripetere come un ebete questo rituale ormai pagano dello scambio ipocrita di tutto ciò che è superfluo, di tutto ciò che “doniamo” solo per compiacere noi stessi e la nostra vanità. D’ora in poi non voglio festeggiare più ‘questo’ natale, e l’unica cosa che augurerò a tutti è che questo nostro occidente possa ridursi alla stessa miseria e alla disperazione di quel ragazzino che alle sette di sera del 24 dicembre vendeva fazzoletti sotto la pioggia. Perché lui, povero musulmano, di cosa sia il Natale ne sa molto più di noi.

“La direzione si riserva il diritto di selezione all’ingresso”. E’ scritto così sui volantini pubblicitari che, in prossimità del capodanno, trovi sparsi negli esercizi commerciali. Pensate che parli della pubblicità di locali di Roma o di Milano? Macchè, parlo di locali e localucci della nostra città, persino qualcuno della provincia. Ormai tutte le discoteche che vogliano essere “in” devono necessariamente “selezionare” coloro che si presentano alla porta d’ingresso. “Tu sei vestito alla moda? E allora entri”. Se invece i tuoi vestiti non sono griffati e non rientri nei canoni che la televisione spazzatura ci impone ogni santo giorno, allora via, in questi locali non entri. Se non sei come gli “uomini e donne” che ogni pomeriggio offendono l’intelligenza di milioni d’italiani che a loro volta, guardando quella trasmissione offendono loro stessi, allora sei da scartare, vai a casa. Possibile che il vuoto che questi ragazzi si portano dentro è tale da far accettare che la loro dignità venga calpestata in questo modo?

Uomini liberi.

Felicità è sedersi nella tua macchina non più sul lato conducente perché i ragazzi che hai visto crescere e che hai sempre portato al lato hanno preso la patente; felicità è dir loro “guida tu” e vederli per questo sorridere ed entusiasmarsi e felicità è percepire come acquisiscano sicurezza quando fai finta di dormire per trasmettere loro fiducia, perché “l’uomo si educa anche con la fiducia in se stesso”; felicità è sapere che uno di loro è stato scelto tra tantissimi studenti per rappresentare il suo istituto in una gara nazionale tra le scuole di tutt’Italia, nonostante le sue difficoltà, le avversità, i dubbi, le indifferenze. Felicità è vederli crescere liberi dai condizionamenti di una società che li vuole schiavi delle mode, delle droghe, che li vuole burattini senza coscienza e senza pensiero ed è bello adesso “percepirli” consapevoli. Felicità è proprio questo: veder crescere uomini liberi.

Tornando da Chianciano con i ragazzi ci siamo fermati in uno dei “giardini che nessuno sa”. Berardina, come al solito, ci ha accolto con il suo enorme sorriso e con quelle tagliatelle al ragù che solo le suorine sanno fare così buone. Ogni buon educatore, se davvero ha a cuore la crescita di chi gli è stato affidato, dovrebbe portare i suoi ragazzi almeno una volta in uno di quei giardini; ogni genitore che vuole educare bene i propri figli dovrebbe passare ogni tanto una giornata con loro  nei “giardini che nessuno sa”. E lì, come scrive Renato Zero, “si respira l’inutilità, c’è rispetto grande pulizia, è quasi follia”.
Nessuno ama andare nei giardini che nessuno sa. E si, perché le persone che vivono in quei giardini ci ricordano ciò che noi stessi inesorabilmente saremo. Passando di là, siamo costretti a riflettere sulla finitezza della nostra esistenza, sui suoi limiti, sulla sua fragilità, sulla sua precarietà. E siamo costretti a chiederci che senso essa abbia. Nei giardini che nessuno sa riusciamo a percepire la vanità delle nostre vite che troppo spesso dipendono da ciò che abbiamo e non da ciò che siamo; la vanità delle nostre esagerate ambizioni per le quali troppo spesso calpestiamo il prossimo senza disdegnare maldicenze e calunnie.
Nei giardini che nessuno sa puoi vedere “mani che tremano perché il vento spira più forte” . Uscendo un po’ si scappa dagli anziani e un po’ li si ama. O forse si prova solo pietà. Ma i ragazzi sono buoni e nei giardini che nessuno sa puoi sentirli sussurrare: “Dio non lasciarli adesso… che non li sorprenda la morte”

Amore impossibile

Credo, caro Ciro, che tu non sappia cosa significhi amore. Ed ovviamente se in te non è “definito” questo bellissimo e grande sentimento, finisci con il negarne l’esistenza e men che meno potrai “concepire” l’amore per una donna. “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). In queste parole dell’unico e più grande rivoluzionario di tutti i tempi, Gesù di Nazaret, c’è la definizione della massima espressione dell’amore. Un amore più grande non può essere concepito. Neanche l’amore di una madre che arriva a dare la propria vita per il figlio è così grande, perché la vita è data alla carne della propria carne, mentre nella vita donata per gli amici c’è la più completa e totale gratuità.

L’amore come vedi, qui nella sua massima espressione, si coniuga con il sacrificio. Solo chi dà la vita per i propri amici, veramente ama. E chi ama non può immaginare di sfuggire alla sofferenza, alla rinuncia di qualcosa. Perché amare costa. Quale sarebbe altrimenti lo scandalo di Chi ha insegnato l’amore arrivando al suo massimo sacrificio personale? Quale sarebbe se no, lo scandalo del Cristo che va fino in fondo, che non vende solo parole vuote, ma che accetta di farsi inchiodare su una croce pur di testimoniare che la vita ha un senso solo se è fondata, appunto, sull’amore? Chi ama veramente porta inevitabilmente la sua piccola croce… Chi sfugge alla croce non ama, chi immagina una vita senza difficoltà, senza dolore, non potrà mai amare!
L’amore per una donna, la condivisione con lei di una vita intera, il mettere al mondo dei figli, è sempre fonte di grande gioia ma anche di notevoli difficoltà, di rinunce, di sofferenze. E le sofferenze e le rinunce sono “sopportabili” solo nella misura in cui questo rapporto viene “cementato” da un vero amore. Questi sacrifici sono sopportabili nella misura in cui trovano una “giustificazione” in un grande amore e in Chi la sofferenza l’ha vissuta per noi, per indicarci la strada della felicità, fino alle estreme conseguenze. Altrimenti tutto diventa insopportabile e anche amare diventa impossibile. E credimi, una vita spesa “senza amare” per davvero è solo una vita sprecata.

Ero ad Avellino ieri pomeriggio, sono passato davanti ad una Chiesa ed ho sentito un bel vociare, erano giovani certamente. Sono entrato un po’ per curiosità e un po’ per trovare ristoro da un caldo sempre più tropicale. Dentro ho trovato tanti ragazzi e tante ragazze che si preparavano ad animare una liturgia. Con le loro chitarre, i loro violini, i tamburi e tutto il colore e la gioia che sanno avere i giovanissimi. Sbirciando un po’ la chiesa e “origliando” un po’ i loro discorsi, mi sono accorto che erano ragazzi impegnati non solo nella musica, parlavano di un calendario di incontri formativi, di campi scuola parrocchiali da organizzare; e poi si preparavano a suonare, i più grandi davano le indicazioni e i più giovani eseguivano, scherzando, in piena armonia.

Me ne sono uscito contento. Ancora più convinto di quanto sia falso che tutti i ragazzi abbandonino le chiese, che scelgano l’agnosticismo, che siano in larga parte in contrapposizione con il magistero. Che prevalga in tutti loro l’indifferenza, che tutti siano vuoti dentro. E mi sono tornate in mente le parole di Giovanni Paolo II dette davanti a due milioni e mezzo di giovani radunati per incontrarlo: “voi siete le sentinelle del mattino…, voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri essere umani muoiono di fame, restano analfabeti..…”. Sono uscito da quella chiesa ancora più convinto che tutto passerà, noi, il tempo, la storia, tutto si consumerà, ma la Sua Chiesa e le Sue “parole non passeranno”. In quella Chiesa, ho visto dei giovani “convinti”, determinati. E loro, proprio loro, non lo consentiranno.

Mistero

Avete mai riflettuto sul fatto che viviamo immersi nel mistero? Per quante spiegazioni gli scienziati possano darci, per quante scoperte il futuro possa riservarci, nessuno saprà mai dirci da dove viene questo mondo, perché “ha deciso” di essere e quale senso avrebbe avuto l’alternativa, il nulla. Nessuno riuscirà mai a spiegarci perché, nel contesto dell’evoluzione, solo l’uomo ha maturato la  capacità di ragionare. Anzi, più spiegazioni ci dà la scienza e più riusciamo a percepire la maestosità e la perfezione del creato e più aumenta la meraviglia, il mistero.

Eppure noi occidentali, sempre più raramente riflettiamo su tutto questo. Ci comportiamo come  se vivessimo da decenni sulla riva di un fiume e non ci fossimo mai soffermati a pensare ad esso, a chiederci “da dove parte? In quale mare sfocia? Ha degli affluenti?”. Possiamo dirci uomini se non riusciamo a percepire la dimensione trascendentale della nostra esistenza? O siamo, altrimenti, alla stessa stregua degli animali, schiavi degli istinti? E quanto sono ottusi i richiami alla razionalità di chi fa finta di non vedere che viviamo immersi nell’irrazionalità proprio perché l’origine di tutto non è spiegabile razionalmente.

L’uomo non troverà mai pace fintanto che non riuscirà a dare una risposta a quella parte di “eterno” che ha dentro di sé e che si ribella alla “riduzione allo stato animale” verso la quale ci porta oggi una concezione puramente edonistica dell’esistenza umana. Si rassegnino filosofi e psicologi, atei e presunti tali, la vita spesa per possedere e per potere, alla fine lascia sempre un senso di tormentosa insoddisfazione. I frutti, depressioni, suicidi, alcolismo, droga,  sono sotto gli occhi di tutti.

Dove sei Karim?

Dove sei finito Karim? Stamani al semaforo non ti ho trovato. Eppure ogni giorno eri lì, quasi sempre sorridente e pronto a vendermi un po’ di fazzoletti o un accendino. Al tuo posto un altro ragazzino, giovanissimo come te e con la pelle dello stesso colore. Anche lui si è avvicinato ad offrirmi gli stessi fazzoletti e gli stessi accendini. Lui non sorrideva, sul suo volto era evidente un misto tra tristezza e rassegnazione. Ho chiesto di te, ma lui frettolosamente mi ha detto che non ne sapeva nulla.

Dove sei finito Karim? Quando mi hai raccontato un po’ della tua vita qui in Italia sei stato volutamente vago, solo quando mi hai parlato della tua terra, di tua mamma,  della tua casa, dei tuoi amici, solo allora ho notato in te un po’di felicità. Mi  hai voluto specificare subito che non eri Marocchino e ci tenevi a dirlo perché noi, come diceva don Tonino, verniciandovi di disprezzo, “diamo il nome di marocchino a tutti gli infelici come te, che vanno in giro per le strade, coperti di stuoie e di tappeti”.

E come Don Tonino ti dico, perdonaci Karim. Perdonaci se questa nostra città che si dice essere cristiana è passata accanto a quel semaforo sputando sulla tua faccia la sua totale indifferenza ai tuoi dieci anni e alla tua scandalosa  povertà. Perdonaci fratellino  se nessuno ha degnato di una qualche considerazione umana tuo padre che, lì vicino, sotto il tuo sguardo, si offriva di lavare i vetri implorando un po’ di elemosina. Perdonaci se “nei giorni di festa non ti abbiamo braccato per condurti a pranzo con noi. Se a mezzogiorno ti abbiamo lasciato sulla piazza, deserta dopo la fiera, a mangiare in solitudine le olive nere della tua miseria”.

Stamani mi sono chiesto che senso ha il nostro parlare, il nostro scrivere, il nostro dirci impegnati socialmente. Che senso ha la nostra retorica se non troviamo la forza di aiutare concretamente chi ci passa accanto tutti i giorni, se non siamo in grado di denunciare e di combattere quotidianamente questo scandaloso sistema economico che fa pagare ad altri i costi della nostra opulenza Che senso ha il nostro impegno di cristiani in politica se non troviamo la forza, soprattutto noi che siamo nel centro destra, di opporci ad una legislazione sull’immigrazione non degna di un popolo di ex emigranti come il nostro?

Perdonaci Karim, ovunque tu sia.  Il nostro Dio, il mio e il tuo, non consenta a nessuno di cancellare  il sorriso dal tuo volto.

Ho ricevuto l’ennesima email di chi chiede la pace al mondo intero. Quasi sempre la chiedono a Bush, chissà perchè non la chiedono mai a Fidel Castro che è in guerra con quella parte di popolo cubano che lo contesta, facendone fucilare ogni tanto qualcuno. Ma lasciamo stare.

Premesso: sono contro la guerra. Gesù ha parlato chiaro: “al nemico che ti dà uno schiaffo, porgi l’altra guancia”. Contro i conflitti preventivi, contro le guerre, contro la violenza di ogni specie. E ancor meno mi piace l’ipocrisia della grande maggioranza di politici che affollano le marce sventolando bandiere e urlando slogan. Per non parlare dei noglobal-centrisocialoidi-cheguevaristi che si agitano senza sapere manco il perchè. Ma non faccio un discorso politico, non mi interessa. Parlo come cristiano.

E allora dico che se è vero, come diceva don Tonino Bello, che la “pace è frutto della giustizia”, le guerre, quelle passate e quelle future, sono la diretta conseguenza dell’”ipocrisia oscena che si maschera nei nostri discorsi sulla pace”. Quanti di noi che urliamo pace, che scriviamo pace e che chiediamo pace, quanti di noi siamo concretamente impegnati nel costruire la pace? Lo sappiamo come si costruisce la pace? Urlando? Marciando? Mandando email? O forse sventolando bandiere, persino quelle con quella falce e martello nel nome della quale si sono uccisi nel mondo quasi 100 milioni di persone? O forse sventolando bandiere con la faccia di Che Guevara, grande guerriero che, “per una giusta causa”, ha massacrato un bel po’ di gente?

Ma quando capiremo che la guerra non è soltanto il silenzio delle armi ma quel silenzio complice che “agevola” i nostri interessi, che contempla una vita immersa in una guerra ai nostri avversari e a tutti coloro che sono da ostacolo alle nostre carriere, al nostro potere e alla nostra gloria? Ma come si può chiedere il silenzio dei missili di Bush quando tutti restiamo sordi e indifferenti alle richieste di aiuto di tanti indigenti, extracomunitari e poveri delle nostre terre? Cosa facciamo per questa gente? Che cosa facciamo di concreto per questa gente? Qual’è la parte della nostra vita durante la quale ci dedichiamo a costruire la pace concretamente e non con le urla, con le marce e con gli slogan?

Chi vuole veramente la pace “non strizza l’occhio alla menzogna, ha il coraggio di tirare in fondo verso la ricerca della verità, denuncia l’ingiustizia anche quando le sue parole rovinano la digestione dei potenti”. Chi ama la pace non fa la guerra al proprio vicino per un pezzo di terra, non  fa la guerra contro il proprio fratello per un po’ di eredità. Chi ama la pace comincia a cercare la pace con se stesso dando un senso alla propria esistenza. E chi ama la pace sacrifica una parte o tutta la propria vita per costruirla. E lo fa partendo da qui, spegnendo prima i “focolai di guerra” dentro di sé e poi quelli del proprio quartiere. Solo chi si rimbocca le maniche qui ha il diritto di impugnare una bandiera bianca, (bianca accidenti) e di chiedere la pace anche per l’Iraq e per il mondo intero.

Poi il resto sa di retorica, di ipocrisia, di strumentalizzazione e, ancora peggio, di passerella.

kakajesus.jpgQuesto ragazzo, oltre ad essere un grandissimo calciatore, è anche un cristiano e lo dimostra con la stessa semplicità e determinazione con la quale mette il pallone in rete. Ieri qualche giornalista, commentando le sue prodezze ad Atene e la sua maglietta post-partita, lo ha definito “integralista religioso”.

Vorrei capire perché una persona che secondo i canoni di questa società, si è affermata ed ha avuto successo, non possa esprimere apertamente quella parte di sé che lui stesso, evidentemente, considera fondamentale per la sua esistenza, senza per questo passare come “integralista”. Vorrei capire se non siamo arrivati ad una forma di inconsapevole intolleranza verso ogni forma di manifestazione religiosa, specie se inserita in un contesto nel quale, secondo i parametri assurdi di questo secolarismo, non dovrebbe essere contemplata.

E vorrei capire se un giovane può ancora liberamente esprimere se stesso e la propria fede rifiutando di intrupparsi in questo esercito di emeriti imbecilli di chi vorrebbe ridurre la cristianità a qualcosa di anacronistico e circoscriverla dentro le mura di una sacrestia. Specie quando qualcuno la considera come qualcosa di fastidioso per le telecamere.

Sig. Ministro,

Elisa Incerto era una bella ragazza, aveva 17 anni. E’ morta il 5 settembre dello scorso anno perché qualcuno l’ha investita mentre, con il suo motorino, tornava a casa dopo una serata tranquilla passata a mangiare un gelato con gli amici. Niente grilli per la testa, studentessa modello, figlia affettuosa amata dai suoi familiari. Chi l’ha travolta guidava contromano, a folle velocità, completamente ubriaco.

Al processo, se così lo si può chiamare, i magistrati, quelli inquirenti e quelli giudicanti, hanno concesso a questo signore il patteggiamento. Per aver tolto la vita ad Elisa questo signore, notoriamente dedito all’alcol, è stato condannato a 17 mesi con la condizionale. Pertanto dopo una ventina di giorni di carcere è a piede libero e a breve riavrà la sua patente.

Vede ministro, io credo che Lei non possa non possa far finta di nulla. Sia perché è a capo del dicastero che dovrebbe in qualche modo vigilare sul buon funzionamento della giustizia, sia come legislatore e leader di una formazione politica. Mandi degli ispettori a Verbania, per quello che può servire, e si adoperi perché questa legislazione assurda consenta ed imponga ai magistrati di rendere davvero giustizia con le loro sentenze.

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Molto spesso i giovanissimi  con i quali parlo a lungo mi pongono domande sulla felicità. Cos’è? Si può essere felici per davvero? E’ realmente raggiungibile la felicità? Spesso sentono in televisione dire proprio questo: “la felicità è un’utopia”, “non esiste” e giù di lì.  Chi come loro non vive ancora una forte vita interiore ed ancora non è riuscito a “svegliarsi”, come direbbe Anthony De Mello, spesso scambia la felicità con quello che invece è un  momento di contentezza e l’infelicità con un momento di tristezza. “Sono infelice” mi dicono spesso, quando intervengono le prime delusioni sentimentali o quando non accettano quelle trasformazioni che l’adolescenza comporta. “Sto male” mi dicono quando non riescono ad identificarsi nei modelli che la televisione impone loro con una violenza sempre maggiore.

Anni fa, in un cinema, ho letto una citazione del Buddha riportata a lettere cubitali che diceva così: “There is no way to happiness. Happiness is the way”, “Non esiste una via per la felicità. La felicità è la via” . Quando ai ragazzi riporto questa frase noto in loro un certo stupore. Certo il discorso sulla felicità, specie in un’ottica cristiana, non può ridursi a questo. Eppure questa citazione del Buddha spinge i ragazzi a considerare qualcosa che loro, invece, danno per scontato e che, a mio modestissimo avviso, è fondamentale per essere felici: si accorgono di essere vivi. Si accorgono di aver ricevuto un dono enorme: quello di poter camminare – “la via”; non danno più per scontato il fatto di poter gioire, di poter amare, di poter soffrire, di poter ridere, di poter piangere, di potersi innamorare, di poter fare sesso, di poter avere fame, di poter mangiare, di poter procreare; si accorgono di poter guardare le stelle, di poter contemplare il sole, la luna, il creato. Il solo essere consapevoli di essere vivi basta (potrebbe bastare) per  essere felici. Poi ci possono essere momenti di contentezza o di profonda tristezza ma l’essere vivi è di per sé un fatto straordinario che non può che essere fonte di una felicità costante.Oggi tutti subordinano la felicità ad un se. “Se fossi più ricco, se fossi più alto, se fossi più bello, se avessi fatto più carriera, se fossi, se avessi…”. Tutti infelici perché appesi ad un “se” che la società dell’immagine e dell’avere ci ha imposto.Intanto nessuno si è accorto di essere vivo.

Ad un adolescente

Ciao Marco,

Sono le quattro e mezza del mattino. Come ti avevo detto mi sono svegliato presto. Il mio cuore batte velocemente, riesco quasi a sentirlo, “troppo velocemente”, direbbe il mio medico con il camice bianco e con quell’aria severa con la quale mi scruta e mi dice sempre come se fosse mio padre: “stai attento, ti prego”. E’ ancora buio. I gatti che, da quando è morto Fox, gironzolano davanti casa, sono anche essi assopiti sulle scalette all’ingresso. Li ho scacciati, non li sopporto i gatti, poco affettuosi, falsi, infedeli. Per un po’ di cibo ti disconoscono senza batter ciglio. Ho pensato per un po’ a Fox, il mio cane. Era straordinariamente intelligente. Sento che mi manca un po’, specie il suo sguardo. Mi guardava in un modo strano, quasi mi inquietava quello sguardo, come se volesse dirmi qualcosa o come se reclamasse qualcosa da me. Come al solito, anche se fa un po’ freddo, mi sono messo sull’amaca a sentire il silenzio della notte e a guardare le stelle. Così, senza pensare.Sai? La luce delle stelle, quella che noi vediamo adesso, è la stessa partita milioni e milioni di anni fa e che adesso sta arrivando da noi. Partita da chissà dove, dallo spazio che dicono infinito. Cosa vuol dire infinito? Che non finisce mai, ce n’è sempre di più e di più e non finisce. E cosa c’è dopo? Dopo l’infinito? Ce n’è ancora… C’è da impazzire. Un po’ come è capitato a te pensando alla vita, all’essere e al non essere più. Da dove veniamo? E dove andiamo? Che senso ha la nostra esistenza, un granellino di sabbia, nell’ oceano dell’ eternità? Tu non hai torto, c’è da impazzire. Eppure ti confesso che mi hai incuriosito parecchio quando mi hai detto di aver provato una sensazione “strana” pensando a tutto ciò. Mi piacerebbe se tu me la descrivessi meglio.Intanto mi va di dirti che il fatto che tu riesca a riflettere su tutto questo, non ti deve far sentire “diverso” dagli altri. Non lo sei! Sei solo “migliore” (nel senso che sei più avanti nel capire) rispetto ai tuoi coetanei ma come per loro, la tua vita è e sarà normale. Io credo, vedi, che riflettere su tutto ciò significhi comunque “avvicinarsi” al mistero dell’esistenza. Sappi però, che ciò accade per due motivi: o perché Qualcuno sta bussando alla nostra porta, o perché noi abbiamo ricevuto il dono di poter percepire l’Eterno, la sovranaturalità della nostra esistenza. O Qualcuno ti sta cercando o sei tu stesso alla ricerca di Qualcosa che dia un senso alla tua vita. Con il tempo tutto sarà più chiaro, vivi serenamente, vivi gli anni più belli della tua vita sorridendo il più possibile, ma beato te perché sarai una persone felice. E ti assicuro, non è poco oggi come oggi.

Il sole comincia a salire, la luce dell’alba si va facendo spazio nel buio. Torno all’amaca. Vado a vedere lo “spettacolo”. Hai mai visto l’alba? Spero di sì, spettacolo davvero straordinario.
Ma nessuno se ne accorge….

testata.jpgIn un’intervista pubblica, l’editore del New York Times Arthur Sulzberger ha dichiarato: “Non so se tra cinque anni stamperemo ancora il nostro quotidiano, e sinceramente non me ne importa nulla. Internet è un posto meraviglioso, e lì noi siamo i leader”. Devo dire che le parole di Sulzberger, rilasciate al World economic forum a Dovos in Svizzera, mi hanno davvero sbigottito. E’ difficile  immaginare che un quotidiano prestigioso come il New York Times scompaia dalle edicole per essere diffuso solo su internet.Recentemente ha visto la luce un bel quotidiano on line, “Noi Press – la famiglia italiana”, che vi invito a visitare. Sia chiaro che è orientato politicamente. I contenuti sono a cura del dipartimento comunicazione dell’UDC, così come è chiaramente riportato sullo stesso quotidiano. La notizia che arriva da New York è singolare e sarebbe davvero interessante conoscere il parere in merito di quell’affermato giornalista che ha voluto la nascita di Noi Press.

aldo-moro-1-sized.jpgI partiti e le segreterie particolari di questa interminabile brutta seconda repubblica sono affollati da persone che, nella maggior parte dei casi, pur non chiedendo nulla nell’immediato, hanno bisogno di soddisfare un’esigenza impellente: quella dell’ego e della vanità. Da coloro che sono alla ricerca di piedistalli per mettersi in mostra, per evidenziare competenze (o presunte tali), per affermare se stessi sugli altri, ossessionati dall’ansia di emergere in un continuo pensare a se stessi e solo a se stessi. I partiti nati dalla diaspora della DC, o meglio questi club privati che ci ritroviamo, dovrebbero tornare a selezionare persone pescando tra i giovani impegnati seriamente nel volontariato, tra chi si spende nelle parrocchie, nell’associazionismo, tra quelle persone che hanno concretamente dimostrato, con la gratuità del loro impegno, di avere a cuore il bene della comunità e del prossimo. Le classi dirigenti dovrebbero scegliere ed investire in persone dalle quali traspare nettamente una grande tensione ideale ed un profondo rigore morale, persone che ancora credono nello spirito di servizio, nella formazione, nella condivisione, nell’umiltà, nella mitezza, nella moderazione e nel rispetto.

Le segreterie dei partiti rischiano, altrimenti, di divenire il ritrovo, peraltro momentaneo, di presuntuosi in doppiopetto che, parafrasando Aldo Moro, hanno solo “un elenco arido di cose da fare”

Torna il Grande Fratello. Atteso molto più di Sanremo, il padre di tutti i reality arriva puntuale come una cambiale. Poche volte ho dato uno sguardo, più per capire di cosa parlassero i ragazzi che per una mia precisa curiosità. Non voglio fare del facile moralismo: la corsa a spogliarsi come se stessimo nel cuore di agosto per attirare l’attenzione su di sé, più che altro, fa sorridere, rende ridicoli e quasi patetici gli ospiti della casa; l’induzione al rapporto sessuale da consumarsi in un posto “nascosto” e quindi ancora più in vista per i telespettatrori, rientra in una ormai palese logica commerciale che punta a sollecitare i sensi per aumentare le vendite e, in questo caso, per aumentare lo share della trasmissione. Ma non è questo che mi interessa.

Il Grande Fratello, questo è il punto, trasmette un messaggio subdolo che trae in inganno i giovani e che in qualche modo diventa l’emblema di uno stile di vita sempre più desiderato: un sostanziale far nulla in cambio di notorietà e ricchezza. E in quel contesto la preparazione, lo studio, il sacrificio divengono merce tanto rara quanto del tutto inutile. Sintetizzando: l’apoteosi della sciatteria, l’esaltazione dei costruttori del nulla.

Non si può far finta di ignorare che a guardare la trasmissione siano in tanti, giovani e meno giovani. Ma non è la nazione intera. Quelli che avendo intuito di cosa si tratta e cambiano canale sono sicuramente in maggioranza. Ma anche se così non fosse, per quanto impopolare, avremmo comunque il dovere di dire la verità

Gli hanno ucciso la moglie, la figlia e il nipotino. Nel modo più cruento possibile, sgozzandoli. Eppure lui non ha esitato: “questo non è il momento dell’odio e della vendetta, questo è il momento del perdono”. Si può perdonare chi toglie la vita ad una figlia? Si può perdonare chi, così violentemente, fa strage di quasi tutta la propria famiglia? Secondo i canoni di questa società sempre più secolarizzata l’unica risposta è la vendetta: si risponde odio all’odio, violenza alla violenza, male al male. Si perché quella strage è la punta di un iceberg di una società che sott’acqua è marcia di ostilità e di risentimento. Di persone che cercano vendetta in un vortice senza fine di angherie reciproche.

Ad Erba, quel signore con la barba bianca e con lo sguardo triste, ha saputo dire una parola che ha scandalizzato molto di più della strage stessa: perdono. I giornalisti si stracciano le vesti, i benpensanti non comprendono, ottusi nella loro mentalità guerrafondaia. Persino un sacerdote arriva a definire “strano” quel perdono così deciso ed espresso con semplicità, quasi dovesse essere scontato. Strani siamo noi. Il perdono dona pace, dona serenità. Ma nessuno vuole comprenderlo.

A me piace pensare che questo signore, piegato dal dolore, abbia ascoltato le parole dette da Gesù mentre i chiodi perforavano le sue mani e il legno della sua croce: “Padre perdona loro perché non sanno quel che fanno”.

mariano.jpgSappiamo ancora andare “fino in fondo”? Sappiamo testimoniare concretamente gli ideali ai quali diciamo di tenere o alle prime avvisaglie di una qualche sconvenienza facciamo subito marcia indietro abbandonando le nostre convinzioni? Siamo idealisti per davvero o appena la cosa ci costa qualche sacrificio scappiamo?Quanto accaduto nella 4^B dell’istituto napoletano dei salesiani al Vomero, mi spinge ancora a credere che i nostri ragazzi sanno essere fedeli alle loro convinzioni molto più di noi che ci diciamo “grandi”. E così se alcuni di loro decidono, con uno sciopero bianco, di protestare contro un discutibile provvedimento disciplinare, lo fanno anche a costo di gravi sanzioni che, in una scuola come quella, pesano per davvero.

Non so se nel merito avessero ragione o meno, ma non credo che sia questo il punto. Loro sono andati fino in fondo, fino a pagare di persona pur di difendere un amico da un’ingiustizia. E’ vero, molti si sono tirati indietro. Ma alcuni di loro no. E così, al professore di italiano che gli chiedeva chi fosse Margutte,  Mariano ha risposto: “un giocatore della Sampdoria”. Pronto il professore lo ha mandato a posto piazzandogli un tre.

I ragazzi, in virtù di questa loro convinzione e quindi in buona fede, hanno pagato pur di difendere il loro amico. E’ questo che (mi) interessa: in un mondo di pavidi e meschini calcolatori dei propri interessi, qualcuno ancora paga per un ideale. Mariano, per quel pochissimo che conta e pur non essendo un professore, ti prego accetta il mio otto.

brindisi.jpgUn proposito per il nuovo anno? Non ho dubbi: consapevolezza, consapevolezza e ancora consapevolezza. Per il mondo degli “adulti”, per il quale non ho molte speranze, ma soprattutto per gli adolescenti e per i giovani. Partendo da quelli a me più vicini, quelli che il buon Dio ha messo sulla mia strada.Consapevoli di essere vivi, di essere persone e di essere su questo mondo protagonisti del grande miracolo della vita. Consapevoli di dover essere solo noi stessi. Senza farci trasportare dalle mode correnti, divenendone schiavi al punto da soffrire quando non si riesce a starne al passo. Senza farci imporre dal mondo “esteriore” il sentiero da imboccare, i sentimenti da provare, gli amori da vivere. Consapevoli del non senso e del suo dilagare come un’orribile peste che genera ovunque delusioni, depressioni e suicidi.Consapevoli, quindi. Al punto da accettare il nostro essere necessariamente “controcorrente”, tanto da prendere decisioni quasi mai comprese e quasi sempre derise, ma che rispondono alle nostre intuizioni, al nostro fiuto.E alla nostra anima

“Buon Consumismo”. Questi sono gli auguri di Francesco Cappuccio per le festività. Dice bene questo diciassettenne di Napoli, “Buon consumismo”. Sì perché il 25 di dicembre si ricorda la nascita di Babbo natale. Occorre festeggiare: tombolate, cioccolate calde, un po’ di baldoria, panettoni, settimane bianche. E poi ovviamente tanti acquisti, nella maggior parte inutili ma necessari – ci illudiamo – a colmare quel vuoto interiore che tormenta questo occidente sempre più secolarizzato.

E allora vai con il nuovo cellulare anche se quello che teniamo funziona benissimo.  Le nuove scarpette da ginnastica  per i ragazzi, altrimenti si sentono emarginati, 250 euro echissenefrega se a farle sono bambini Indonesiani, Thailandesi, Taiwanesi, Coreani e Vietnamiti. In Indonesia, tanto per fare un esempio, i sindacati liberi sono illegali e vengono repressi dall’esercito, alcuni sindacalisti torturati e uccisi. I salari sono da fame e le condizioni di lavoro penose. Ma chissenefrega. Nasce Babbo Natale e il suo albero, nuovo simbolo di queste festività, deve stare ben piantato su una montagna di regali tanto costosi e griffati quanto inutili.
 

C’è ancora spazio nella nostra società per gli uomini deboli? O forse la debolezza non è più tollerata perché ai nostri occhi è diventata “fastidiosa” ? C’è ancora spazio nella nostra società per gli uomini che soffrono? O forse la follia di questa nostra secolarizzazione ci sta conducendo ad emarginare ogni uomo piegato dal dolore, immaginando scioccamente che ne saremo sempre immuni. E’ ancora tollerata la semplicità d’animo, è ancora tollerata la mitezza, è ancora tollerata l’umiltà?

In questa società c’è ancora spazio per un ragazzo disabile? O forse,  è diventata un tempio dell’immagine dove sono “rispettabili” solo i corpi perfetti che corrispondono ai modelli della tv? Possibile che i nostri ragazzi siano arrivati a considerare la disabilità come caratteristica che giustifica lo scherno e la mortificazione fisica?

Solo educando i nostri figli, domani avremo degli Uomini. Solo trasmettendo valori e non assecondando capricci, domani avremo uomini degni di questo nome. Quelli che a Torino hanno malmenato quel ragazzo disabile erano simili agli animali. E la colpa non è loro.

Ieri, un po’ trafelato per la fretta, sono passato per il corso di Benevento. Bello. Chiuso al traffico, ben arredato, a volte le amministrazioni sanno anche avere belle intuizioni. Nella fretta ho notato che le vetrine parlano già del Natale. La faccia di babbo natale è persino sulla carta igienica; le solite luci, sempre più tecnologiche, si accendono al ritmo di gingle bell per la gioia dei bambini che chiedono alle madri se non manchi un po’ troppo tempo perché nasca Gesù Bambino. In effetti manca più di un mese e i primi “segni” natalizi li ho visti già una settimana fa.La logica consumistica divora tutto, anche il Natale. Divora l’uomo che ormai vive per lavorare e non lavora per vivere; l’uomo che trova nello shopping il modo per  frenare le depressioni che una vita così genera senza freno. Divora la famiglia che intanto esiste se è al passo con la moda del momento e se ha soddisfatto l’ultimo bisogno che il sistema stesso le ha fatto maturare.

Tornando a casa ho preso un libro di don Tonino Bello, ho voluto leggere in anticipo i suoi “auguri scomodi” per il natale. Ne ho preso un passo: “Dio che diventa uomo vi faccia sentire vermi ogni volta che la carriera diventa idolo della vostra vita; il sorpasso, progetto dei vostri giorni; la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate”.

Buon natale, il 17 di novembre.

irlanda1.jpgVi racconto di una “magia” che mi ha conquistato, che mi ha avvolto, di qualcosa che ho respirato a pieni polmoni e che, credo, non mi lascerà più. Vi scrivo di una “magia” che, in un occidente schiavo di se stesso, si ostina ancora a parlarci di libertà, quella vera. Scrivo di un popolo stupendo, fatto di gente buona, genuina, allegra e accogliente perché forse ha capito che non vale la pena di rendersi schiavi dei soldi, della  carriera, del potere. Di un popolo che ha scoperto il segreto della felicità.

Vi racconto di una terra meravigliosa e della sua musica che ispira allegria e bontà. Vi racconto di pub accoglienti dove regna sovrana l’allegria ma dove nessuno è mai ubriaco, dove violini, chitarre e banjo suonano incessantemente,  dove tutti cantano e dove tutti ballano.

Vi parlo dell’Irlanda, di questa nazione del nord che ha avuto una storia travagliata fatta di dominazioni sfide e tragedie, di una terra che affascina per i suoi paesaggi colorati da un intensissimo verde, di cieli senza confini che si aprono e si chiudono velocemente come fisarmoniche.E di spiagge bianche stranamente profonde e silenziose, di baie grandissime dove l’Atlantico vi entra pacato quasi come se le accarezzasse,  tanto da sembrare degli immensi laghi.

Vi parlo della Magica Irlanda

Molto spesso sentiamo dirci “quella persona mi ha deluso”. A noi stessi capita di avvertire un senso di amarezza per per un amico, per un familiare e diciamo: “mi ha deluso”. A leggere gli scritti di Anthony De Mello, la delusione non è imputabile a chi non risponde più alle nostre aspettative. La delusione nasce dall’idea sbagliata che noi stessi ci siamo fatti di quella persona; non ci sentiamo attratti da quella  persona ma dall’idea preconcetta che ci siamo fatti, dettata dalla nostra speranza. “Come hai potuto deludermi, dopo che io avevo riposto tanta fiducia in te?”.

Davvero riponiamo fiducia nel prossimo? O forse che l’unica cosa della quale ci si fida è il proprio giudizio sulle persone E allora di cosa ci lamentiamo? Nessuno di noi è disposto ad ammettere che era il proprio giudizio ad essere sbagliato. E così è più facile dire “mi hai deluso”.

Ma io non lo dirò! Stamani non dirò che un amico mi ha deluso. Ma, caro padre Anthony, avevi ragione tu: è cosi difficile ammettere che il mio giudizio su quell’ “amico” era profondamente sbagliato.

Cinque secondi..

tn_img_0273.jpgEro con i ragazzi a suonare in Chiesa. Lei uscendo, da lontano, si è voltata. Il mio sguardo ha incrociato il suo. Ci siamo guardati. Intensamente. I suoi occhi esprimevano rabbia e al tempo stesso imploravano aiuto. In quello sguardo ho letto rassegnazione e rimpianto. Ho avvertito in lei il desiderio di avvicinarsi e di chiedermi gridando <<perché?>>, <<perché?>>.Non c’è dolore più grande per una madre che vedere il proprio figlio perdersi, rovinarsi la vita. Non c’è sofferenza più atroce per una madre che vedere ogni giorno che quel futuro sempre sognato per il proprio figlio lentamente svanisce. <<Perché?>>. Cinque secondi è durato quello sguardo. Cinque secondi interminabili. In quei cinque secondi mi sono passati in mente anni di amicizia e giorni trascorsi insieme. Mi ha fatto male quello sguardo, come se quella madre avesse passato a me tutto il suo dolore. Cinque secondi per scovare in me qualche colpa. Cinque secondi per assolvermi da ogni colpa o forse per rimuovere dalla mia mente un giudizio che prima o poi dovrò affrontare. Ma io ormai non posso farci più nulla. La mia strada è segnata, Lui prima di tutto, prima di ogni amico, di ogni cosa, prima di ogni dolore, di ogni felicità. Lui, solo Lui.Ho abbassato lo sguardo che intanto aveva scrutato quel viso di donna povera, semplice e umile. Avrei voluto avvicinarla come tante volte ho fatto per rincuorarla, per dirle <<non ti preoccupare>>. Avrei voluto abbracciarla ancora una volta e come ogni volta avrei voluto vederla più serena. Ho abbassato lo sguardo e l’ho distolto da quegli occhi gonfi di dolore. Dopo un po’ ho guardato mentre si asciugava le lacrime. Anche lei mi ha guardato di nuovo, ha girato le spalle ed è uscita.<<Signore, ti prego, non lasciarla sola>>

Mauro è morto a 19 anni. “Un colpo di pistola”, ha gracchiato la radio stamani con la freddezza di chi deve raccontare ogni santo giorno la stessa cronaca di morte. Nel dormiveglia mi sono venuti in mente i ragazzi dell’Ac, hanno più o meno la sua stessa età. “Sono state arrestate cinque persone” ha concluso il cronista.

Chi ha ucciso Mauro ? Ho sentito e letto già tante accuse: alle forze dell’ordine, al sindaco, ai vigili. Scusate ma è troppo facile. Prima che Mauro ricevesse un colpo di pistola lo ha ucciso tutta la città. Questa città perbenista, che insegue il benessere anche a costo di sacrificare il tempo da dedicare ai propri figli. Questa città di famiglie che pretendono i propri diritti ma che hanno  dimenticato il dovere di educare e di guidare i propri figli. Che fa finta di non vedere il nulla di ragazzi ai quali gli stessi genitori hanno insegnato che nella vita conta avere e non essere. Questa città che fa finta di non vedere il nulla che molti giovani si portano dentro, il vuoto delle loro vite fatte solo di shopping, di cellulari e di grande fratello. Questa città che insegna ai propri figli a “farsi valere con onore” a “non essere secondi a nessuno”, “a primeggiare”.

 

Questa città ha armato Mauro. Questa città ha premuto il grilletto. Questa città oramai senz’anima.

Amici, vorrei potervi dire subito che ogni esperienza che raccoglie dei giovani intorno ad un pensiero, ad un ideale, ad una prospettiva, mi entusiasma sempre. Dico questo alla luce della pochezza ideale e di pensiero che noto sempre di più affermarsi tra i nostri giovani. Non mi spaventa chi come voi, la pensa in modo diverso da me. Mi spaventa la mancanza di pensiero e di idee che va dilagando nella nostra realtà. Mi spaventa quel vuoto che impera e si fonda sulla domanda lasciata senza risposta che tutti consapevolmente o inconsapevolmente rivolgono a se stessi: “Che senso ha il fatto che sia nato? Perché sono venuto al mondo?”. Chi lascia inevase queste domande non avrà mai una “missione”, la sua missione, da compiere. E non avrà obiettivi da raggiungere degni della straordinarietà della propria vita.

Il risultato è terrificante! Guardate una buona parte (non tutti) dei nostri ragazzi! Guardateli! Vivono per consumare tutto quanto questa società dell’immagine, selvaggiamente consumistica, impone loro; vivono per scimmiottare i modelli imposti dall’ultima pubblicità della Vodafone o dall’ultima, sempre più squallida, versione del grande fratello; vivono omologati nella ricerca dell’ultima e sempre più avanzata forma di trasgressione rasentando, perdonatemi, il ridicolo. Vivono per i cellulari, per le scarpe firmate, pagate 250 euro e costate l’infanzia ai bambini cinesi, per gli scooter con i quali, possibilmente, violano la legge.

E la sbornia, sempre più frequente, è la risposta alla terribile noia che i nostri ragazzi sperimentano dopo aver consumato tutto in un vortice senza fine. E’ la risposta alle difficoltà generate dalla cultura dell’immagine che fa vedere i nostri adolescenti che si guardano allo specchio come brutti ed inadeguati, è la risposta alla mancanza di amicizie vere e non superficiali, è la risposta al nulla di giornate intere passate ad oziare, al nulla di carriere scolastiche sempre più corte. E’ la ricerca di emozioni effimere in una vita priva di entusiasmi, di “viaggi”, di avventure, di missioni, di idealità, di emozioni vere. Occorre dare un senso alla vita, altrimenti i guasti saranno enormi.

Voglio citare, e non a caso, uno dei pochi politici italiani che stimo veramente e che è Fausto Bertinotti. Ad un giornalista che gli chiedeva se fosse ateo, lui ha risposto: «Io ateo? Ora sono alla ricerca di qualcosa». Senza rinunciare alle proprie convinzioni, politiche e non, oggi i nostri giovani devono mettersi “in ricerca”, interiore intendo, perché solo una dimensione trascendentale dell’esistenza può dare un senso ad essa. Il vostro impegno testimoni, oltre la passione politica, anche una grande necessità di riflessione e di ricerca. Grazie

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